Il magico, il divino, il favoloso nella religiosità alpina

AL046

Si

PRIULI & VERLUCCA

Jorio P.

Media Books
Le fondamenta della religiosità alpina.

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Descrizione

Vi siete mai chiesti perché certe rocce abbiano un nome d’identificazione e altre no; perché il 24 giugno di ogni anno si accendano sulle alture i falò di S.Giovanni; perché vi siano santuari dedicati alle Madonne Nere; perché i montanari inchiodino un cardone sulle porte delle baite; perché, come contravveleno a chi era stato morso dalla vipera, si somministrasse il brodo dell’animale? Sapete che Natale è una festività pagana; che S.Uberto era un tempo il celtico dio-cornuto Cernunnos; che la Candelora rimpiazza le luminarie delle celebrazioni a Cerere; che il pino illuminato ha origini protostoriche, come la melagrana, come il grappolo d’uva di Capodanno? Sapete che le streghe per morire come esseri normali devono tenere in mano uno scopino; sapete che esistevano i “tempestari”, uomini capaci di provocare le tempeste? Il nostro etnocentrismo ci spinge a considerare le credenze magiche e mitiche come peculiarità dei primitivi, intanto ogni giorno cerchiamo suggestioni che diano della realtà una visione deformata. Non sorridete quando il bambino saltella lungo il marciapiede per non calpestare le connessure del selciato: sta diventando un rito. Il rito non è legato strettamente al rapporto uomo-divinità come normalmente si ritiene, ma piuttosto al generico concetto di sacro, di trascendente, che ciascuno di noi ha dentro. Tutto ciò ch’esiste al di fuori o al di sopra di una realtà ha spinto il montanaro ad incidere rosoni, cuori, croci, sui collari di legno dei suoi animali, come già gli antenati a scavare nelle pietre cavità circolari, a ungerle di sugna, a mettere in esse offerte votive. Questa ricerca vuole guidarvi, senza alcuna pretesa scientifica, fra i provvedimenti protettivi, difensivi o di assicurazione, che nascono non appena i legami logici delle cose appaiono meno chiari. Il mondo dell’altitudine ha conservato nei simbolismi pastorali e nelle manifestazioni rituali - anche quando fortemente condizionato dal cristianesimo - un patrimonio di religiosità comune a tutta la cultura alpina: quello che chiamiamo usanze, credenze, leggende, modi di dire, e che in fondo altro non sono che schemi esistenziali. Fra di essi, da sempre, l’uomo della montagna si muove come il bambino che saltella: dietro ogni cespuglio può ancora celarsi una “masca”, la nebbia è sempre “processione di morti”, il rosone salva ancora dalla malora, tanto quanto il corno e il quadrifoglio. In duemila anni la nuova fede non è riuscita a produrre quella certezza terapeutica che dovrebbe essere pratica della vita liberata dai terrori ancestrali.

Dettagli

Autore Jorio P.
Editore PRIULI & VERLUCCA
Collana QUADERNI DI CULTURA ALPINA
Lingue incluse Italiano
Anno 1984
Pagine 128

Peso

0.65 (Kg)

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